Crollo del prezzo del grano duro in Sicilia, interviene Italia Nostra

Aurora Savoca
11 Min Read

C’è un prezzo, oggi, che non fa i conti con la realtà. Non è quello del pane sui banchi dei forni né quello della pasta sugli scaffali: è il prezzo del grano duro in Sicilia, sceso sotto la linea di galleggiamento e diventato, nelle parole del Consiglio Regionale di Italia Nostra, un’emergenza che tocca la dignità dei produttori, il paesaggio storico dell’Isola e, per estensione, l’identità alimentare del Paese. Le cifre raccontano senza bisogno d’interpretazioni: con costi medi di produzione nell’area Sicilia–Puglia–Basilicata intorno ai 318 euro a tonnellata e quotazioni che spesso non superano i 295, in troppi casi persino i 250, ogni trebbiatura si traduce in una perdita secca. È la matematica spietata di una filiera che si incrina sul primo anello e rischia di far saltare tutti gli altri, dal mulino al piatto.

Per capire cosa significa bisogna tornare alla terra, nel suo senso più letterale. Il grano duro in Sicilia non è un dossier di commodity: è l’ossatura di un paesaggio agrario che ha plasmato per secoli colline, vallate e pianure, alternando colture e tempi, disegnando il ritmo delle stagioni e una grammatica visiva che è parte del patrimonio identitario. Le distese dorate d’estate non sono un fondale, sono la memoria di un equilibrio tra natura e cultura. La crisi del prezzo spezza quell’equilibrio e inocula un rischio doppio: desertificazione produttiva, con l’abbandono dei campi, e degrado territoriale, perché l’agricoltore che molla la presa è spesso anche il primo manutentore di pendii, canali, muretti, cioè della sicurezza idrogeologica di intere aree. In un’Isola dove l’acqua sa ancora farsi fango, contenere l’erosione non è un vezzo: è un presidio.

L’agronomia aiuta a dare sostanza a tutto questo. La rotazione “grano–legumi”, che in Sicilia è tradizione prima ancora che tecnica, è una pratica di fertilità sostenibile: i legumi, attraverso la simbiosi con i rizobi, fissano azoto atmosferico nel suolo, migliorano la dotazione di sostanza organica, riducono il fabbisogno di concimi di sintesi, abbassano le emissioni di protossido d’azoto e spezzano i cicli di patogeni e infestanti. È un pezzo di agricoltura “biologica” ante litteram, che tiene insieme resa, qualità e paesaggio. Se il grano non sta in piedi dal punto di vista economico, salta anche la rotazione e si indebolisce l’intero sistema agrario. Non è un dettaglio da convegno: è la differenza tra un suolo vivo e uno stanco, tra un corso d’acqua che trova sponde radicate e uno che se le porta via.

Poi c’è la questione culturale, che a volte rischiamo di considerare un corredo poetico e invece è sostanza. La candidatura della Cucina Italiana a patrimonio immateriale dell’umanità dell’UNESCO arriva nel momento più paradossale: celebriamo pane, pasta, pizza, dolci come icone nazionali senza mettere al riparo chi quel grano lo coltiva. Il grano duro siciliano ha nomi che sono storie: Tumminia, con cui si è fatto grande il pane di Castelvetrano; Senatore Cappelli, risultato dell’ingegno agrario di un’Italia che sapeva selezionare con pazienza; varietà locali non meno preziose, dai grani teneri come il Maiorca per la pasticceria di tradizione alle cultivar di nicchia che restituiscono profumi e caratteristiche nutrizionali uniche. Lasciare che questi patrimoni scivolino ai margini significa amputare pezzi di identità e di biodiversità coltivata, cancellare saperi, cancellare gusto.

La domanda, a questo punto, non può essere solo quanto costa produrre ma perché oggi si paga così poco. La risposta non sta tutta in Sicilia. I mercati dei cereali viaggiano su logiche globali e su orologi che battono su più fusi. Pesano i raccolti record o i cali in paesi chiave; pesano le rotte del Mar Nero e i corridoi umanitari quando i conflitti li chiudono o li riaprono; pesano i noli marittimi quando i container scarseggiano; pesano i cambi quando l’euro scivola o risale; pesa la speculazione finanziaria quando i futures anticipano le aspettative e le trasferiscono a valle. Ma sarebbe ingenuo fermarsi qui. Ci sono scelte domestiche di filiera che contano: il contratto di coltivazione che manca o arriva tardi, lo stoccaggio che non c’è e costringe a vendere sul campo o all’uscita del silo, la capacità di selezionare per proteine e qualità tecnologica per puntare a segmenti di prezzo superiori, la connessione—ancora troppo fragile—tra produttori e trasformatori che chiedono grano italiano per impastare semole identitarie.

È qui che la denuncia di Coldiretti ha il merito di aver acceso i riflettori, e che l’intervento di Italia Nostra allarga lo sguardo. Sostenere il grano siciliano non è una misura di settore: è una politica di paesaggio, di identità, di sicurezza, di coesione. E allora le risposte, per essere efficaci, devono stare su piani diversi che si tengono. C’è un piano congiunturale che chiede ossigeno subito: anticipi di liquidità a tasso calmierato agganciati ai contratti di filiera, credito d’imposta per lo stoccaggio diffuso, assicurazioni agevolate e fondi mutualistici che non coprano solo il rischio climatico ma anche il crollo di reddito, strumenti di gestione del rischio previsti dalla PAC—come l’Income Stabilization Tool—resuscitati dalla carta ai campi. C’è un piano industriale, parola che in agricoltura suona strana ma serve: accordi pluriennali con i pastifici con parametri di qualità premianti, reti di produttori organizzati in OP e cooperative capaci di contrattare volume e valore, investimenti su centri di stoccaggio e di pulizia che consentano di aspettare il momento giusto per vendere, laboratori territoriali per la semola e la pasta “a chilometro culturale”, dove il prezzo include il racconto e il paesaggio.

C’è infine un piano identitario, che chiede di scegliere cosa vogliamo proteggere e come. I “grani antichi” non possono essere solo una nicchia chic; hanno bisogno di campi e di mercati, di disciplinari che li tutelino senza gabbie, di educazione alimentare che spieghi perché quella farina costa di più e perché può essere un valore. I Comuni possono fare la loro parte, con bandi per mense scolastiche che premino filiere corte e varietà locali, con piani del cibo che tengano insieme produzione, salute, ambiente. Le Regioni anche, indirizzando gli ecoschemi della PAC verso pratiche che vanno oltre il semplice “verde” di circostanza e riconoscono un pagamento specifico per la rotazione cerealicoltura–leguminose, per la tutela delle colture tradizionali, per la manutenzione del paesaggio agrario storico.

La partita del prezzo, certo, non si risolve con un tratto di penna. I vincoli sugli aiuti di Stato esistono e vanno rispettati; i sussidi a pioggia illudono e non curano. Ma esiste una filiera di responsabilità che può tenere insieme interesse pubblico e sostenibilità privata. I trasformatori che hanno costruito il marchio della “pasta di grano duro italiano” sanno che in quel claim vive un patto col campo: se salta il margine dell’agricoltore, salta anche la promessa al consumatore. Le catene della distribuzione, oggi in cerca di un “valore” da raccontare, potrebbero smettere di schiacciare la linea del prezzo e diventare partner di un progetto che riconosca al grano un differenziale etico e territoriale. Il consumatore, infine, non ha bisogno di sentirsi in colpa, ma informato: sapere che dietro una fetta di pane o un piatto di busiate c’è un campo in equilibrio è già una forma di scelta.

Il paesaggio, in questa storia, fa la sua parte da protagonista. Non perché sia una cartolina da difendere, ma perché è la prova provata che l’agricoltura, in Sicilia, è molto più di un settore economico. È un modo di abitare l’Isola. Chi ha attraversato la campagna in luglio sa che quelle onde di grano sono una promessa; chi ha visto campi abbandonati sa che le promesse possono rompersi in fretta. “Se muore il grano siciliano, muore un pezzo d’Italia”, dice Italia Nostra. È una frase forte, ma non è un’enfasi. È un promemoria. Non si può celebrare l’UNESCO e allo stesso tempo lasciare solo chi col grano tiene insieme suolo, storia, gusto, lavoro.

In fondo, la dignità evocata nella nota non è una parola astratta. È il diritto di non essere costretti a vendere sottocosto. È la libertà di continuare a praticare un’agricoltura che non si limita a estrarre materia prima ma costruisce valore condiviso. È la possibilità, per un giovane, di restare e investire perché i conti tornano. È l’idea, molto concreta, che un euro in più riconosciuto in campo può evitarne dieci in più spesi domani per riparare un versante che frana o un territorio che si svuota.

Il crollo del prezzo del grano duro in Sicilia è un termometro. Segna febbre alta, ma indica anche dove intervenire: filiera, paesaggio, cultura, strumenti di rischio, organizzazione, educazione. Non servono scorciatoie e non c’è un solo colpevole. C’è, però, un perimetro entro cui decidere che la pasta che mangiamo ogni giorno, il pane che spezziamo a tavola, le ricette che raccontano un popolo non sono un capitolo di marketing ma il risultato di una convivenza tra campi e città, tra memoria e futuro. Tenere in piedi quella convivenza è interesse generale. Farlo adesso, mentre i conti non tornano, è un atto di responsabilità. E anche un atto d’amore.

Share This Article
Aurora Savoca, 22 anni, originaria di Enna e studentessa di Lettere a Firenze. Appassionata di letteratura antica e viaggi in solitaria, ama perdersi tra le pagine dei classici e le vie delle città d'arte
Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *