Nessun compromesso con l’era Dipietro: i Dem scelgono la linea dura della discontinuità. Da Garofalo a Crisafulli, fino alla sintesi di Marino, il partito ritrova la voce unica: “O vinciamo con le nostre idee o niente papocchi”.
È una dichiarazione di guerra politica, o forse di indipendenza, quella che risuona tra le mura del Federico II. L’assemblea cittadina del Partito Democratico non si è limitata a ratificare un percorso, ma ha tracciato un solco profondo tra ciò che è stato e ciò che dovrà essere. Se qualcuno sperava in tatticismi o porte socchiuse verso l’amministrazione uscente, è rimasto deluso: la rottura è totale, definitiva.
Il patto della discontinuità Non c’è spazio per le sfumature nel documento programmatico esitato dai vertici. La strategia è chirurgica: isolare l’esperienza amministrativa dell’ultimo quinquennio, definita senza mezzi termini “non governo” da Marco Greco, per costruire un’alternativa radicale. La bussola punta unicamente verso le opposizioni e il civismo progressista. L’obiettivo non è partecipare, ma ribaltare il tavolo con un candidato sindaco espressione diretta dei democratici, passando per le forche caudine delle primarie solo se l’unità della coalizione lo richiederà.
La fine delle correnti? Sotto i riflettori non c’è solo la strategia esterna, ma una ritrovata — e per certi versi inedita — armonia interna. Le diverse anime del partito, spesso in frizione, sembrano aver siglato una tregua in nome della sopravvivenza politica. L’intervento di Paolo Garofalo è stato emblematico in tal senso: con un realismo crudo, l’ex primo cittadino ha fotografato l’emorragia di consensi (dal boom del 2015 alla risicata rappresentanza del 2020) per lanciare un appello alla compattezza “obtorto collo”. Un passo di lato, il suo, che consegna di fatto le chiavi della strategia all’onorevole Stefania Marino, investita della piena responsabilità di guidare le trattative. “Se l’allargamento non piace, mi fermo”, ha ammesso Garofalo, blindando la leadership della deputata.
L’anatema di Crisafulli A scaldare la platea ci ha pensato l’ex senatore Vladimiro Crisafulli, con un intervento che ha il sapore della revanche orgogliosa. Le sue parole sono pietre scagliate contro l’attuale gestione municipale, colpevole di aver “sfilacciato” il tessuto sociale e, soprattutto, di aver dichiarato guerra all’Università, vero polmone di sviluppo del territorio. Per il “decano” della politica ennese, l’alleanza con chi ha avallato questo declino non è solo un errore strategico, ma una macchia indelebile sulla storia dem. “Niente papocchi”, ha tuonato, evocando la necessità di un candidato — meglio se donna — capace di incarnare una visione netta, senza zavorre.
La questione morale e il futuro A tirare le fila di questa rifondazione è stata Stefania Marino, che ha spostato l’asse del ragionamento dalla tattica ai valori. Rispolverando la “questione morale” di berlingueriana memoria, la parlamentare ha dettato l’agenda: basta con la politica del giorno per giorno, serve un orizzonte lungo. Al centro del progetto ci sono i giovani in fuga, una città che deve farsi “comunità educante” connettendo ateneo e imprese, e una gestione del bene comune che non lasci indietro gli ultimi. Ma la vera sfida lanciata dalla Marino è sul metodo: archiviare la stagione delle decisioni calate dall’alto per tornare a consumare le suole delle scarpe, ascoltando una città che, forse, aspetta solo di essere coinvolta davvero.
Il dado è tratto: il PD di Enna sceglie la solitudine orgogliosa del “fronte progressista”, scommettendo tutto sulla propria identità per non diluirsi in accordi al ribasso.
