Quando il calendario segna la metà di gennaio, l’inverno nel cuore della Sicilia mostra il suo volto più rigido e affascinante, specialmente a Troina. Siamo nella prima capitale normanna dell’isola, un borgo che sfida le nuvole dall’alto dei suoi 1120 metri, guadagnandosi l’appellativo di “Balcone di Sicilia”. Qui, il vento che soffia dai Nebrodi non porta solo il gelo, ma trasporta l’eco di rituali antichi che riscaldano l’anima prima ancora del corpo. Tra il 16 e il 17 gennaio, la città si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto per una delle celebrazioni più visceralmente sentite dell’anno: la festa di Sant’Antonio Abate e il rito spettacolare dei Pagghiara. Non è una semplice ricorrenza religiosa, ma un momento di resistenza collettiva al buio e al freddo, dove il fuoco diventa il protagonista assoluto, unendo sacro e profano in una danza di scintille che sale verso il cielo scuro.
La magia inizia la sera della vigilia, il 16 gennaio. Mentre il sole tramonta presto dietro le montagne, lasciando il posto alle lunghe ombre invernali, l’atmosfera nei quartieri di Troina diventa elettrica. Per settimane, giovani e meno giovani si sono dedicati a una “raccolta” quasi cerimoniale: legna, sterpaglie, rami secchi e tutto ciò che può ardere. Questo materiale viene accatastato con cura quasi ingegneristica nei punti nevralgici del paese, creando delle grandi pire coniche, i cosiddetti Pagghiara. Non sono semplici cumuli di rifiuti da bruciare, ma strutture pensate per durare, per ardere a lungo e con vigore. L’accensione di questi falò non è un atto casuale, ma segna l’inizio della festa. Al calare della sera, quando il freddo si fa pungente, i fuochi vengono appiccati contemporaneamente o in sequenza, trasformando la notte di Troina in una costellazione di luci calde e vibranti che sfidano l’oscurità.
Avvicinarsi a un Pagghiaro significa entrare in una bolla temporale. Il crepitio del legno che si spezza, l’odore acre e familiare del fumo che impregna i vestiti, il calore intenso che costringe ad allontanarsi e poi, quasi magneticamente, a riavvicinarsi: tutto contribuisce a creare un’esperienza sensoriale potente. Attorno a queste fiamme si ritrova il senso più autentico della comunità troinese. È qui che avviene il miracolo della convivialità. Il fuoco, fin dalla preistoria, è l’elemento che aggrega, che protegge dalle fiere e dal gelo, e a Troina questa funzione primordiale è ancora intatta. Davanti alle fiamme di Sant’Antonio cadono le barriere sociali: vicini di casa, turisti infreddoliti e anziani custodi della memoria si ritrovano spalla a spalla. Si chiacchiera, si ride, e spesso si condividono cibo e vino, perché il fuoco mette appetito e la tradizione vuole che la pancia sia piena per onorare il santo. Salsiccia arrostita sulla brace, prodotti tipici dei Nebrodi e un bicchiere di vino rosso diventano il viatico perfetto per affrontare la notte.
Ma dietro l’allegria e il calore dei falò c’è una devozione profonda e strutturata. Sant’Antonio Abate, il santo eremita egiziano, è venerato come il dominatore del fuoco (si dice che discese all’inferno per rubarlo al diavolo e donarlo agli uomini) e protettore degli animali. La dimensione religiosa della festa si intreccia indissolubilmente con quella folcloristica grazie all’opera delle confraternite locali. Sono loro i custodi del rito liturgico che accompagna il fuoco. Durante queste giornate, un gesto semplice ma carico di significato attraversa le vie di Troina: la distribuzione dei biscotti votivi o dei pani benedetti. Si tratta di piccoli prodotti da forno, spesso a forma di ciambella o forme semplici, che i confrati offrono ai fedeli e ai partecipanti. Non è solo cibo; è un sacramentale, un segno di comunione che lega chi lo riceve alla protezione del Santo. Mangiare quel pane o quel biscotto significa accettare la benedizione, chiedere salute per sé e, nella tradizione contadina, per il proprio bestiame.
Il 17 gennaio, giorno liturgico della festa, la celebrazione prosegue con una luce diversa, quella del giorno, ma sempre sotto l’egida del Santo. Se la notte è stata il regno del fuoco purificatore, il giorno è dedicato alla benedizione. È consuetudine, come in molti altri centri agricoli della Sicilia, portare gli animali davanti al sagrato della chiesa per ricevere la benedizione. Cavalli, cani, gatti, ma un tempo soprattutto muli, asini e maiali – compagni indispensabili della vita rurale – vengono aspersi con l’acqua santa. A Troina, questo momento assume un valore particolare, ribadendo il legame indissolubile tra la città e il suo territorio montano, fatto di boschi e pascoli. La statua del Santo, spesso raffigurata con il porcellino ai piedi e il fuoco in mano, viene onorata con messe solenni che vedono una grande partecipazione popolare.
L’aspetto più affascinante dei Pagghiara di Troina è la loro capacità di sopravvivere alla modernità. In un’epoca di riscaldamenti autonomi e vite digitali, il bisogno di scendere in strada, di sporcarsi le mani di fuliggine e di guardare il fuoco insieme agli altri potrebbe sembrare anacronistico. Invece, a Troina, accade l’opposto. La tradizione si rinnova, attirando anche visitatori dai paesi vicini, affascinati da questo rito che segna simbolicamente la fine della parte più dura dell’inverno e l’inizio del cammino verso la primavera (il detto siciliano recita “Sant’Antoni, mascheri e soni”, indicando l’apertura del Carnevale).
Mentre i fuochi si spengono lentamente, lasciando sul selciato braci ardenti che continueranno a emanare calore fino all’alba, resta nell’aria il profumo della legna bruciata e la sensazione di aver partecipato a qualcosa di vero. I Pagghiara non sono solo un evento turistico o folcloristico; sono il battito cardiaco di Troina in inverno. Sono la dimostrazione che, anche nel freddo più intenso, la comunità trova il modo di riscaldarsi, non solo bruciando legna, ma alimentando quella fiamma invisibile che è l’identità collettiva. Chi visita Troina in queste date non porta via con sé solo il ricordo visivo delle fiamme alte contro il cielo nero, ma il sapore di quei biscotti benedetti e il calore di un’accoglienza che, come il fuoco di Sant’Antonio, non si lascia spegnere dal gelo.
